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Panorama

30 maggio 2012

maggio 30, 2012 | Posted By: | MyWords · News |
Crocifissi, statue e quadri spuntano come corpi scomposti tra le macerie senza vita del terremoto in Emilia. Eppure a vacillare questa volta non è stata la fede dei sacerdoti di campagna, o di quelle anime raccolte in preghiera dentro alle chiese la domenica. Corpi di uomini feriti a morte giacciono sotto le ferraglie accartocciate di aziende e fienili che fino a poche ore prima erano luoghi di lavoro duro, di fatiche e di sacrifici veri. Ma il nemico oggi non è più quel padrone severo di cui è colma la memoria storica dei nostri padri. Migliaia di famiglie sono rimaste senza un tetto sicuro, hanno perso il lavoro e l’idea di un futuro. Si sono riversate in strada in una corsa notturna senza fiato, col cuore in gola, ed ora cercano un pasto caldo in una tenda spoglia di ogni comodità. Ma di questo non ha più colpa il degrado crescente delle nostre città che a braccia aperte si legano come perle preziose di un antico rosario ammaccato lungo la via Emilia. Non è una guerra folle ed infame ad aver attentato alla loro vita, alla loro dignità. Non è quell’eco crescente di terrore che trasformò una tranquilla stazione in un cimitero a cielo aperto. Non è una crisi economica che sembra senza vie d’uscita la causa di tutto questo. A tradirci questa volta, inaspettatamente, è stata la nostra più fedele alleata. La moglie a cui da sempre abbiamo dato fiducia, e da cui non ci saremmo mai aspettati l’orrore. A voltarci le spalle, per venti lunghissimi secondi nascosti nel buio di una notte di fine maggio, è stata quella terra sacra e rigogliosa che per secoli avevamo considerato, a ragione, la nostra compagna più fedele, ciò su cui poggiavamo i nostri tesori, le nostre sicurezze e i nostri valori.
Ci ha tradito tremando come scossa da una rabbia improvvisa e cieca, inspiegabile. Lei che ha sporcato le mani e le unghie dei nostri avi per secoli rendendoci famosi nel mondo per i prodotti unici con cui insaporire le nostre tavole, per aver fatto fiorire all’ombra di un campanile idee rivoluzionarie tramandate di generazione in generazione come canzoni popolari, per aver coltivato valori fondamentali della nostra Patria come il lavoro e la famiglia, e che per questo noi emiliani, figli di una cultura contadina profondamente legata ad essa, pensavamo non potesse abbandonarci mai. “Ci arrangeremo. Faremo come quelli dell’Aquila, che si sono tirati su le maniche”, dicono sconsolate le persone che hanno perso tutto o quasi tutto ciò che avevano costruito. Qualcuno cerca di tornare alla normalità stringendosi al petto ancora più forte figli e nipoti inconsapevoli ma curiosi, mentre mostrano alla tv del dolore i pochi giochi portati in salvo durante la scossa delle quattro. Ma negli occhi dei loro padri si legge l’espressione di chi ha perso per un attimo una certezza fondamentale. A vacillare è stata l’idea che quella terra fosse ancora vergine, santa, immacolata. Ci è parso forse che insieme alle pietre rotolate in un cumulo di polveri, fosse crollata anche una certezza indiscussa. Si è infiltrata nella nostra mente l’idea che quella stessa terra a cui rivolgiamo il nostro sguardo ogni giorno con gratitudine non ci appartenga del tutto. Come un divorzio inatteso. In cui le regole, semmai avessimo creduto il contrario, non siamo più noi a deciderle.
Cesare Cremonini
maggio 2012
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